Una campestre d’apprensione

Nov 6, 2015 0 Di Fulvio Agresta

Per la mia esperienza ogni gara suscita una sorta di apprensione o di emozione pre competizione. A seconda del tipo di emozioni e di pensieri legati a queste la gara sarà agevolata o meno. Ovviamente ci sono molte componenti che condizionano questi pensieri, non solo la condizione fisica, ma anche le aspettative per un risultato o un obiettivo prefissato.

Ogni tanto, ripensando un po’ al percorso fatto, mi passano per la mente tanti pensieri, alcuni dei quali ripercorrono le tante fatiche fatte da adolescente durante la fase iniziale della mia storia da sportivo.

In quei periodi correvo le gare di mezzofondo, che per un adolescente arrivavano fino ai 600 metri (adesso le cose sono un po’ cambiate ma più o meno sono rimaste quasi uguali) nelle gare in pista. Queste gare avvenivano, come tutte le gare su pista, nel periodo primaverile/estivo, quindi da marzo fino a giugno/luglio. Ma nel periodo invernale ci sono le campestri. 1000, 2000, 3000, 4000 e più metri da correre tra campi, quando va bene asciutti ma anche fango,  acqua, pioggia nebbia e soprattutto in alcune giornate, freddo. Ed ecco li che sale l’apprensione e i pensieri del tipo, ma che ci sono venuto a fare, è domenica (di solito queste gare avvengono la domenica mattina, ndr) e potevo rimanere a letto, al caldo del piumone e via dicendo. Ma sei li e tra poco tocca a te. Col tempo ho imparato a gestire queste apprensioni, tutt’altro che positive, a trasformarle in concentrazione per la gara ma da ragazzo hai tutto da imparare e prima della partenza vorresti, certe volte, rimetterti la tuta e tornare a casa.

Ma la gara ha inizio, e mentre guardi molti atleti che sfrecciano e corrono all’impazzata, tu hai in testa la tua “tattica” , almeno un metodo che ti permetta di arrivare in fondo. Man mano che la gara avanza cresce anche la fatica e i pensieri di fermarsi si fanno più insistenti. Ad un certo punto, però, senti che hai fatto gia un bel po’ di strada, magari tutto fangoso e con le scarpe inzuppate di fango e acqua, e che comunque ce la fai ad andare avanti. Questa si chiama persistenza.

Arrivi nella parte finale del tracciato, nonostante la fatica senti di avere ancora energie e di poter concludere in bellezza. A questo punto si finisce. E accelerando il passo concludi la gara. Sei arrivato esimo, ma non tanto lontano dai primi posti. Capisci che tutta quell’apprensione che avevi all’inizio è svanita, c’è una certa felicità di aver finito la gara e di non essere andato così male. Quindi sorge nella mente una semplice domanda: “tutto qui?” 

Si tutto qui. Sembra difficile ma alla fine è stata superata anche questa sfida. A volte nella vita di tutti i giorni avvengono pensieri del genere e come ha scritto “David J. Schwartz” nel suo libro “La magia di pensare in grande” , tutto quello che è necessario per superare le proprie paure è mettersi in azione, perché l’azione cura la paura. Adesso non è un problema per me affrontare una gara del genere, dove i metri da correre sono tanti, ma se non fossi andato avanti a correre, a provare e riprovare e avessi procrastinato, forse proverei la stessa angoscia che provavo da ragazzo prima di ogni partenza.

Questa è una regola che vale non solo nello sport ma nella vita.