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L’Argentina è stata ampiamente superiore all’Ecuador e ha vinto la Coppa America

La Scaloneta si è rimessa in mostra e ha ottenuto la vittoria grazie a un grande gol di Angelo Di Maria, che è stato il capitano mentre Messi era in banca.
L’Argentina è il campione mondiale della serietà. In un ispa come il nostro, insensatezza, irresponsabilità, joda, bicicleteo, chamuyo, il verso così all’ordine del giorno, ci sono dei tipi di celeste e bianco che fanno il loro lavoro con maturità, rettitudine, rispetto a quello che fanno e al pubblico che vede quello che fanno.

La Scaloneta può vincere, perdere, pareggiare, giocare meglio o peggio, ma lo fa con impegno. Non regala prestigio. È campione del mondo e non si addormenta sugli allori. Gioca con i denti stretti. Anche negli allenamenti.

La partita di questa domenica, al Soldier Field di Chicago (più di 50 mila persone, biglietti tra 80 e mille dollari), non è stata affatto amichevole. C’erano gambe forti, calci, pugni, reclami, discussioni. Una partita di manche. Un quarto di finale di Coppa America. E va bene. Meglio questo che giocare contro gli isolani di Curaçao.

L’Ecuador si è ordinato bene, ha corso, ha infilato, ha morso, ha incollato e mosso la palla quando ha potuto, soprattutto quando l’ha avuta -anche se poco- Kendry Páez, il 10, la statuina di 17 anni di Independiente del Valle che fu venduta al Chelsea ma che sarà davanti al Boca per la Sudamericana.

Così, di fronte a un avversario duro e duro, fu una prova seria e molto seria. Nessuno regalò nulla. Nessuno si prese cura di nulla. Basta vedere la faccia arrabbiata di Angelito quando ha perso una palla da tre quarti in tre quarti con Caicedo (c’è sempre un caicedo in Ecuador e quello che ha giocato ieri era ovunque). Basta vedere l’ingresso con i due piedi in avanti da Caicedo a Lautaro. Basta vedere i colpi tra De Paul e Caicedo (sì, di nuovo).

 

Un esempio di questa serietà, di questo impegno, lo mostra Julian. Non giocò il doppio 9. Il 9 fu Lautaro e Julián dovette giocargli come gioca con l’Androide Haaland. Si è mosso più di ogni altra cosa sulla sinistra e molte volte ha dovuto tirarsi abbastanza indietro per riceverla (soprattutto nel PT). Ha faticato a traboccare. Gli è costato camminare. Non l’ha visto preciso, ma così e non ha smesso di premere, di correre, di mettere. Con la stessa voracità del Cuti, Licha Martínez o l’Uovo Acuña marca Julian.

Non sembrava la decisione migliore di giocare così lontano dalla zona, ma cosa dire: Scaloni è entrato, meritatamente, in quella categoria di allenatori che tutto quello che fanno è per qualcosa e va bene. Può tirare fuori Messi e Julian e mettere Chiqui di 10 e Omar Souto di 9 che starà bene.

Leo ha giocato per circa 35 minuti. È entrato quando la partita era già su un altopiano, quando quel cavo ad alta tensione che era stato l’incontro per molti tratti era già sceso di intensità. Ha avuto un paio di tocchi, ma soprattutto (e soprattutto) ha avuto minuti di calcio ad alta competizione e ha evitato i calci degli ecuadoriani.

Con un funzionamento già oliato oltre i nomi (ad esempio, senza la necessità di contare al 100% con Leo e con Lautaro ancora senza essere quello dell’Inter), la Scaloneta ha vinto e molto bene. Con la sua etichetta: calcio, impegno, serietà. Ha mostrato il solito e ha anche mostrato che c’è un ricambio.

La prossima partita, contro il Guatemala, venerdì alle 21, si presenta più gentile, considerando che sei giorni dopo arriverà il debutto contro il Canada nella Copa América, un torneo in cui potrà riconfermare il suo titolo o no, ma in cui sarà all’altezza. Come sempre.

Pilar Chaburr

Gionarlista Sportiva Argentina